Ambrosiana
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Ritratto di giovane con colomba
Natale Schiavoni (1777-1858)
1830-1840
olio su tela
71 × 58 cm
(dettaglio)

La nostra missione

Più di quattrocento anni di vita, con un compito tutt’ora attualissimo: promuovere l’amore del Vero e del Bello per il bene delle persone, della Chiesa e della società.
Nelle parole dell’Arcivescovo di Milano, che dell’Ambrosiana è Patrono e ultimo responsabile, troviamo il compito di questa antica istituzione, declinato nel contesto culturale e sociale dei nostri giorni.

IO VOGLIO AUGURARVI
DI ESSERE MOSSI DALLA SPERANZA

La speranza come la ragione per il lavoro dell’accademia, la speranza come la fonte di energia, di ispirazione, di passione per l’Istituzione Veneranda che qui vive da secoli, cioè la Biblioteca e la Pinacoteca ambrosiane, e per le Classi dell’Accademia che invece si sono costituite in questo ultimo decennio, aggiungendosi e integrandosi alla più antica accademia di studio su San Carlo Borromeo, attiva da molto prima.

La speranza è infatti ciò che rende viva, attiva e anche lieta la vita di una istituzione e quindi anche delle singole Classi dell’Accademia, e quindi anche di tutto il patrimonio che rappresenta la Biblioteca Ambrosiana e la sua Pinacoteca. Perché una istituzione può essere anche un museo, può continuare a vivere anche solo perché un giorno è cominciata.

Una istituzione può continuare il suo cammino anche solo perché è spinta alle spalle dal suo passato: un cammino che procede perché “spinto alle spalle” è caratterizzato da un senso del dovere che incombe come un adempimento, forse è segnato anche da un senso di pesantezza, da uno spirito di sopravvivenza, da una senso di responsabilità verso un passato glorioso di cui si avverte tutto l’onere.

Gran Cancelliere S.E. Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

Può avvenire quello che capita a chi abita in un meraviglioso castello costruito con grande dispendio di risorse. L’erede si sente dire da tutti: “che bello, che meraviglia, che splendore”, ma avverte la sproporzione tra le dimensioni e l’impegno per il mantenimento e l’uso che se ne può fare. Il castello continua ad esistere e a consumare risorse solo perché è stato costruito: non è più il luogo di sicurezza, non è più il luogo delle feste, non è più il luogo per l’incoronazione del re o per l’insediamento del granduca. Così le istituzioni gloriose, le raccolte di documenti, di opere d’arte vivono momenti in cui sopravvivono solo perché ci sono.

Auguro che questa istituzione sia invece viva per una speranza, per una missione, per uno scopo che attrae e motiva l’impegno quotidiano. Quale speranza?

La speranza che mi sembra iscritta nella vocazione originaria dell’Ambrosiana e nella costituzione dell’Accademia è quella di propiziare l’incontro delle tradizioni culturali, di essere a servizio della fraternità. La fraternità che siamo chiamati a sperare, quella per cui siamo chiamati a lavorare non è costruita sulla carne e sul sangue, come si dice nel Vangelo di Giovanni, cioè sull’appartenenza etnica o sulla lingua comune. Si costruisce invece su una più alta, limpida, audace interpretazione della vocazione ad essere fratelli e sorelle in ragione dell’appartenenza all’umanità, per la quale Dio ha preparato un giardino in cui si possa vivere in pace.

LE CLASSI DI STUDIO
DELL’ACCADEMIA

L’Accademia si è articolata in classi di studio per valorizzare l’immenso patrimonio raccolto in Ambrosiana e per chiamare all’impresa studiosi di ogni provenienza. La costituzione in classi, però, non è per costruire mondi chiusi, in cui i massimi specialisti viventi si chiudano in una specializzazione solitaria.

Il convenire in un’unica Accademia è per ribadire la comune vocazione a fare parlare il passato in modo che contribuisca a tenere viva l’identità delle culture e dei popoli e consenta a ogni cultura di farsi conoscere, di mettere a disposizione le ricchezze spirituali, di contribuire a una visione più ricca della sorprendente bellezza di essere vivi, di essere uomini e donne che si possono incontrare e stimare, che possono collaborare per curare la qualità buona dei rapporti, la custodia comune del creato, la sollecitudine per il futuro dell’umanità su questo pianeta.

In epoche in cui la mobilità umana era segnata dalla lentezza, e i singoli e i popoli si potevano trasferire solo con fenomeni che si qualificavano come “invasioni”, forse aveva un senso un certo vocabolario che chiamava gli altri “stranieri” e avvertiva usi e costumi di altri popoli come “esotici”, motivo di curiosità e di sorpresa, argomenti per eruditi curiosi.

In un’epoca in cui la mobilità umana è segnata dalla rapidità e coinvolge un numero immenso di uomini e donne, l’impresa di costruire un convivere fraterno, in cui nessuno sia emarginato come straniero, è audace e necessaria.

Riposo durante la fuga in Egitto, Jacopo da Ponte detto il Bassano (1510-1592), 1547. Prima del restauro, olio su tela, 118 × 158 cm

Desidero augurare agli illustri studiosi e all’Accademia nel suo insieme di appassionarsi alla speranza di contribuire attraverso il lavoro proprio degli studiosi a questa impresa. Gli spostamenti di persone e famiglie non possono essere ridotti a problematiche di ordine pubblico, di emergenze che richiedono interventi assistenziali, di fenomeni che impauriscono società invecchiate gelose del loro benessere.

Gli spostamenti di persone e famiglie possono diventare occasioni di incontro e premesse di futuro se la conoscenza prevale sulla paura, se la tradizione è esplorata come fattore di fecondità e non solo difesa come un soprammobile prezioso, se un quadro politico non si limita a contenere il disagio e non presume di puntare sull’integrare l’altro/gli altri con un processo di omologazione.

L’edificazione del convivere fraterno richiede invece che tutti abbiano diritto di parola e che tutti siano nelle condizioni per ascoltare. E il contributo degli studiosi deve consentire di portare alla luce i valori e i limiti di ogni cultura e di aiutare l’apprezzamento reciproco.

In questa speranza l’Accademia ha il suo posto e la sua missione, nello specifico delle sue competenze, ma con la fierezza di seminare premesse e di alimentare fiducia per il cammino di tutti noi. Ecco: io voglio augurare la speranza.

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